La palla fatta di stracci, le calze bucate, rotolavano assieme, tra pozzanghere e fango, nel campetto dietro la Chiesa di Nostra Signora del Rio.

Ramon indossava una maglietta che un giorno molto lontano sarebbe dovuta essere Bianca. Sulla maglietta vi erano disegnati i colori della bandiera italiana, sotto vi era scritto, con mano incerta al pennarello nero; ITALIA. Sul retro il viso di un quasi Maradona deformato con sotto scritto Napule.
Manuel, il prepotente, prima di entrare in campo, si fermava a sedere sul masso all’angolo della porta, mangiando un grosso panino, mostrandolo a mo’ di sabeffeggio agli altri ragazzi.

Manuel indossava una maglietta pulita con su i colori del Brasile e sul retro vi era stampato il viso di Pelè.

Manuel odiava Ramon. Ramon non amava Manuel.

Manuel voleva sempre vincere con tutti. Ramon non voleva perdere con Manuel, in quel campetto de la favela.

Ramon era orfano, il “recuperabile” di Don Cristobal, Parroco della Parrocchia.

Manuel, che aveva soltanto la madre e per di più alcoolizzata, era il pusher di Don Juan Da Costa.

“La regina”, un trans pusher di Don Juan Da Costa, “madre, padre, sorella, fratello,” di Ramon.

Poi arrivarono i Campionati Mondiali di Calcio.

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Causa contrattempi di editing, il romanzo “Storie di ordinaria periferia” verrà pubblicato il più presto possibile. Sarà distribuito e lo potete trovare in tutte le librerie italiane.

Recensione di Anita Miotto.
1)E’ una strana sensazione quando si ha a che fare con alcuni libri: è come se contenessero un mondo. Certo in tutti i libri c’è un mondo: il mondo interiore dell’autore e/o il mondo che è la storia, la vicenda narrata. Ma ci sono libri che più di altri rappresentano il MONDO-LIBRO. Per spiegarmi meglio mi sovvengono alcune immagini cinematografiche di bambina che probabilmente appartengono a molti e all’immaginario comune del cinema fiabesco: una voce introduce la vicenda e sullo schermo un grande libro si apre lentamente e la narrazione diventa realtà visibile. Ecco che la storia ha inizio e come spesso accade per le favole vedremo il protagonista crescere, affrontare delle vicissitudini e infine ritrovare la pace; insomma ci verrà presentato il mondo del personaggio. In “Storie di ordinaria periferia” avviene proprio questo. Seguiamo il protagonista dall’infanzia all’età adulta. E’ un mondo-libro sia perché l’autore ci presenta il protagonista nelle sue varie età e avventure, sia perché il libro ha quella forza e tensione che rende una storia qualcosa di palpabile, reale e vero, un mondo tangibile. E’ quindi una rarità. Sempre di meno al giorno d’oggi si trovano libri di tale struttura, a meno che non si vada a prendere in considerazione gli autori classici: Manzoni, Tolstoj, Collodi, per citarne alcuni tra i moderni. Collodi. Eccoci arrivati ad un’altra argomentazione importante che costituisce l’opera di Antonio Maria Logani. Il contenuto si rifà ad un iper-realismo sporco di vita, ma tutto questo è sempre accompagnato da un’aura fiabesca, perché la storia è un’avventura continua e dietro ad ogni parola c’è speranza, c’è una fotografia di un bambino con i capelli tagliati alla meglio, i vestitini sgualciti e con un visino triste ma con gli occhi pieni di curiosità; c’è un Pinocchio dietro tutto questo. E’ un iper-realismo fiabesco che accompagna la narrazione per cui l’autore scrive -Una voce gridava “Lasciate ogni speranza voi che entrate”- e un’altra: -A Mauroooo, che me le manni du’ sigarette?!- E’ questo continuo gioco di contrasti che costituisce la tensione del libro e la vita del protagonismo. E allora mi vengono in mente le parole del filosofo contemporaneo Jean Baudrillard che nel suo ultimo trattato: “Patafisica e arte di vedere” afferma: “Il peto è all’origine del soffio” e ci ricorda, anche se cerca di andarci oltre, tutta la potenza espressiva del teatro della crudeltà di Artaud. Ed è di questo stampo che è fatto “Storie di ordinaria periferia”, intriso di una forza viscerale, che non ha bisogno di troppi formalismi per riuscire ad essere una narrazione espressiva e coinvolgente. Così l’autore riesce a strapparci tante lacrime come sorrisi e verso la fine, nel raccontarci la vita dell’ormai giovane uomo protagonista, sa sorprenderci spesso anche con un tocco di ironia. Sofferenza e giocosità vanno a braccetto. Il titolo che ha un indiscusso sapore bukowskiano richiama una poetica del “vissuto” che accomuna i due autori, ma Logani prende le distanze da Bukowsky in modo radicale per farci vivere le vicissitudini di chi non ha potuto scegliere il suo status sociale. Il libro comunque si fonda a livello contenutistico, sulla storia delle vicissitudini sociali e giudiziarie che il protagonista deve affrontare fin da bambino sullo sfondo di un’Italia, in particolar modo di una Roma, degli anni ’50, ’60 , ’70, ’80, con le sue mode, le sue canzoni e alcuni personaggi che ne hanno costituito la Storia. Cultura e società interagiscono con l’individuo. La situazione socio-culturale è quella che è stata presa in considerazione anche da Pasolini in “Ragazzi di vita” : la Roma delle borgate, i borgatari che vivevano nella periferia romana, quelli che crescendo con le stesse storie abbandonati a sé stessi senza soldi e senza amore si ritrovarono poi da grandi “alla ricerca del colpo grosso” ma alla fine, in definitiva, tutti in galera. Un libro impegnato che fa riflettere su un’Italia che ha avuto e ha tutt’ora molti problemi sociali (anche se con l’indifferenza che dilaga molti non se ne sono accorti, ma chi da esterno lavora in carcere lo sa benissimo). I problemi di integrazione sociale sono i più frequenti: l’individuo è abbandonato a sé stesso. E penso a molti extracomunitari (ma non solo) minorenni che dopo due, tre sedute con gli assistenti sociali, preferiscono affidarsi ai loro compaesani più grandi che anche se li mettono a lavorare per strada a fare gli “uccellini” (gli spacciatori) comunque possono finalmente avere una casa e da mangiare. Si ha a che fare nell’opera di Logani con l’istinto di sopravvivenza e con quella che Mayer nel suo trattato “I diversi” definisce amoralità (differenziandola dall’immoralità). Ora; l’argomentazione si riferiva nel discorso originale di Mayer al fare femminile, quello pervaso da una nube ctonia che accomuna nella letteratura grandi protagoniste come Medea, Fedra, Cleopatra, Lady Macbeth (anche secondo Camille Paglia in “sexual personae”) con diverse modalità del fare. Il discorso però a mio avviso è estendibile al di là del sesso. L’amoralità è una componente dell’essere umano che lo conduce a compiere atti socialmente perseguibili ma dietro ai quali c’è uno spirito che scalpita e grida la sua liberazione, uno spirito che vuole trovare un suo habitat di serenità che però è impossibile da trovare, non ci sono le condizioni per trovarlo. Con questo non voglio affermare che l’amoralità non debba essere punita, ma sicuramente c’è un sistema superficiale che non riesce ad approfondire certi argomenti dell’individuo. Lo spirito umano dovrebbe essere salvaguardato, si dovrebbe mettere l’individuo, come dice l’autore, nella situazione di rimanere onesto come è alla nascita e farlo coltivare la propria persona. Concludendo, il libro è uno straordinario spaccato di umanità, un’umanità spesso e volentieri calpestata ma che trova pian piano e con difficoltà la forza di alzarsi, di sorridere e di ricominciare.

Un libro che sa tenere il lettore emotivamente sospeso sul filo del rasoio. Un libro che affronta tematiche contemporanee con una forza e dignità letteraria sorprendente per un autore al suo primo romanzo.

Anita Miotto-Attrice, Critica letteraria e teatrale. Roma.