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di Romano Matteo Dinacci.

Ecco l’auto. Ha i fari spenti. Vedo, nella fioca luce lunare, il ragazzo con i pantaloni calati, appoggiato alla rete, quasi stesse in croce. Il porco, anche lui con i pantaloni calati, lo premeva energicamente contro quelle maglie ferree e umide, in quella notte del 2 Novembre 1975.

Rimasi così per qualche minuto. Il sangue ribolliva vortiginosamente nella mia testa. Tremavo come tantissimi anni prima. Tremavo, si, ma adesso era un uomo a tremare, non più un bambino avvolto tra i fili di ferro di un aereoporto abbandonato.

Raccolsi una tavola bagnata e pesante. Restai accovacciato, aspettando il momento buono per colpire. Iniziai a correre verso quella rete nella quale il porco stava cricifiggendomi un altra volta. Il primo colpo glie lo diedi con tutte le mie forze sul fianco sinistro.

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di Mariela Peritore Fabbri

Palermo per chi non la conoscesse

1 – Il Centro Storico più grande d’Europa (Controverso, ma agli atti dell’UNESCO è tale. Se la batte con quello di Lisbona).
2 – A Palermo si trova il documento cartaceo più antico d’Europa. Si tratta della lettera bilingue (greco e arabo) di Adelasia (o Adelaide) degli Aleramici, moglie di Ruggero I, conte di Sicilia e di
Calabria.
3 – Noi abbiamo la ‘Pietra di Palermo’, giudicato il secondo più importante – dopo la stele di Rosetta – testo bilingue per la traduzione della lingua egizia.
4 – A Palermo si trova, al museo Salinas, una delle più vaste collezioni di Arte Etrusca al Mondo (collezione Bonci – Casuccini da Chiusi).
5 – Il Teatro Massimo è il primo Teatro dell’Opera d’Italia ed il terzo in Europa, secondo solo all’Opera di Parigi e al Wiener Staatsoper di Vienna.
6 – Palermo vanta alcune delle più grandi porte urbane d’Europa.
7 – La Lingua Italiana è nata a Palermo presso La Scuola Siciliana alla corte di Federico II.
8 – L’Orto Botanico di Palermo è il più grande d’Europa.
9 – Il Palmeto di Villa Bonanno è stato giudicato il più vasto d’Europa.
10 – Il Ficus Magnoloides di Piazza Marina è tra gli alberi più grandi d’Europa.
11 – Il Parco della Favorita è il più grande parco urbano d’Italia.
12 – Il Parlamento Siciliano è il parlamento più antico al mondo, insieme a quello Islandese e delle Isole Fare Oer. Nel 1130 Re Ruggero ne convoca la prima assise.
13 – Palermo fu la prima città al Mondo ad avere ben due teatri lirici.
14 – La Palazzina Cinese è l’unico edificio in Europa con il medesimo stile architettonico.
15 – I Qanat sono unici in tutta Europa, li possiamo trovare solo ed unicamente in Iran e Siria.
16 – Il soffitto ligneo della Cappella Palatina è considerato il massimo monumento d’arte islamica del pianeta.
17 – Il soffitto ligneo dell’Aula Magna del Palazzo Chiaramonte-Steri è considerato, in Europa, il massimo livello pittorico su legno d’epoca medievale.
18 – La Galleria degli Specchi del Palazzo Valguarnera-Gangi è la massima produzione d’arte barocca-rocaille d’Europa.
19 – Il lampadario di murano del salone da ballo di Palazzo Pietratagliata è il più grande d’Italia
20 – La Villa Giulia è il più antico parco urbano del Mondo aperto anche alla “plebe”.
21 – L’architettura del Castello di Maredolce è unica in Europa e la ritroviamo soltanto nei paesi del Maghreb.
22 – La Necropoli Punica di Palermo è la più estesa del mondo punico.
23 – L’Abisso della Pietra Selvaggia, grotta carsica verticale sul monte Pellegrino, è la più estesa del Sud Italia.
24 – I graffiti delle Grotte dell’Addaura sono considerate un unicum nell’arte rupestre preistorica.
25 – Il Trionfo della Morte, oggi a Palazzo Abatellis, ispirò Picasso per la Guernica.
26 – Il trittico del Mabuse a Palazzo Abatellis è considerato uno dei massimi esempi d’arte fiamminga al Mondo.
27 – Giacomo Serpotta fu il più grande stuccatore di tutti i tempi.
28 – Il ciclo pittorico del salone di Villa Igiea di Ettore de Maria Bergler è considerato uno dei massimi esempi d’arte Liberty al Mondo.
29 – Non esistono altri esempi al mondo dei graffiti ritrovati nel Palazzo della Santa Inquisizione.
30 – La Cisterna d’Acqua nei sotterranei del palazzo Marchese è stata identificata da studiosi provenienti da Gerusalemme come il più antico e più grande bagno rituale ebraico d’Europa.
31 – Nell’osservatorio Astronomico di Palermo Giuseppe Piazzi scoprì una classe di asteroidi, chiamando il primo da lui scoperto come Cerere, adesso classificato come pianeta nano. Verrà visitato nel 2015 dalla sonda Dawn della Nasa. Inoltre nel medesimo osservatorio l’astronomo collaborò con il Piazzi alla stesura dei primissimi cataloghi stellari, e scoprì l’ammasso globulare NGC 6541, e diede il nome alle due principali stelle della costellazione del Delfino
Chi vuole aggiunga qualcosa (asteniamoci dal mare, dal sole e dalla cucina) che è stato omesso…faccia un bel copia/incolla e lo faccia girare.
Proviamo a “promuoverci da soli”

Leggo su molti quotidiani che la colpa di ciò che accade nel mondo del lavoro precario sia da attribuire a loro; i giovani. Non è affatto vero.
Giorni fa si è ucciso -direi indirettamente ucciso con la mano dell’indifferenza dello Stato Italiano- un giovane, perchè non ce la faceva più ad essere nella condizione di girare e rigirare per trovare un lavoro che non fosse nè a termine, nè una sorta di stage. Povero ragazzo; quante porte in faccia e nel proprio orgoglio ha ricevuto?!
La colpa di tanta depressione e infinite frustrazioni, non è, nè deve essere dei giovani. La colpa del mal di vivere/disagio giovanile e, oltremodo, nel rifugiarsi nel mondo della criminalità, è solo e soltanto delle Istituzione deputate e preposte alla fomazione lavorativa ed educazione sociale di chi cerca di vivere in modo dignitoso. Non è vero neanche che i giovani siano/possano essere il nostro futuro (che poi questa frase mi sembra uno scaricare colpe sulle spalle dei giovani. Una frase campata in aria). Noi vecchi, con i vecchi politici volponi. Noi, i quali quali apriamo bocca per dar fiato a tromboni e trombette, senza tirarci mai su le maniche, siamo, o dovremmo essere, o dovremmo essere stati, il futuro dei giovani; cosa che, a parte nuclei con vera responsabilità familiare, non abbiamo fatto, pensando erroneamente che la vita lavorativa e sociale dei giovani sia un automatismo che fa parte del crescere, dove tutto ciò che accadrà in futuro sia un caso.

La gioventù ha bisogno non di sole parole, ma, nell’effettivo aiuto per un loro futuro, ha bisogno anche di una concreta mano che li faccia vivere…non suicidare.

  • Di Claudia Rocchetti/FB (con cui sono d’accordo).

    “Ogni volta che apro fb, in questi giorni, ho un impulso a digitare e definire il mio pensiero. Poi mi blocco, è veramente un blocco istintivo. Che cosa mi serve fare il sangue amaro in mezzo al detto e contraddetto? Potrei pure sembrare sentenziosa e antipatica con la mia abitudine insana alla dialettica negativa, al falsificazionismo e via dicendo. Mi fermo e penso ” Ad ogni affermazione vorrei opporre il suo contrario”, tanto per capire che il meccanismo (e non si chiama dio) va oltre di noi, il nostro cervello, le intelligenze, gli istinti. E’ un mix letale come quello della natura che spazza via specie intere, spacca la terra e invade d’acqua i continenti (nessun riferimento ad apocalissi varie) e che poi ricrea la vita…e poi finisco nel mio simbolo prediletto: il serpente che si morde la coda. E sono ancora noiosa. Che devo dire? Non è indifferenza perché sono- neanche troppo in fondo-, una combattente, non è vigliaccheria di una che non vuole prendere le parti di uno o dell’altro. Amo la cultura occidentale, amo la scienza, l’arte, la filosofia; amo l’oriente e quel che non conosco vorrei conoscerlo. Per curiosità, per stimolo, per poter cambiare senza disconoscere tutto ciò che ho amato. Discorso saggio? Neppure. So con certezza che ogni figlio è figlio e io lo abbraccerei, ma se vengono uccisi i nostri figli una femmina che si rispetti attacca a rischio della propria vita. Guerrafondaia? Neppure. Ho un’unica certezza: faremo sempre le stesse cose, ma le faremo in modo diverso. La mia camera ha le travi a vista, sento il vento, la pioggia, gli animali che camminano. Le lotte strazianti degli uccelli sul mio tetto, L’agonia di chi perde e l’insistente crudeltà del vincitore. Non si ferma, finchè tutto è silenzio. A dopo con il post-ricordo che mi riguarda direttamente”.

PARTIGIANI…

I deceduti, o “giustiziati”, tra l’aprile ed il maggio 1945 furono:

Piemonte

8000 nella sola provincia di Torino e 5000 nella città capoluogo.

Provincia di Aosta: una cinquantina

Provincia di Cuneo: seicento, in gran parte nella zona di Saluzzo

Provincia di Alessandria: trecento

Provincia di Vercelli: un migliaio

Provincia di Novara: ottocentocinquanta

Provincia di Asti: duecento

Fu Vercelli, dopo Torino, il teatro delle maggiori uccisioni, ad opera della banda partigiana di Francesco Moranino detto “Gemisto” Da ricordare, il massacro di 33 persone attuato a Graglia dai partigiani, che avevano catturato presso Cigliano, un gruppo di ufficiali del “2° RAU, (Raggruppamento Allievi Ufficiali) e le mogli di due di questi.Il 27 aprile, la colonna degli ufficiali, dovette aprire un combattimento contro i partigiani delle 75^ e 76^ Brigate Garibaldi, esaurite le munizioni, dopo 14 ore di lotta, dovettero arrendersi. In un primo momento, fu garantita loro la vita. Ma il 2 maggio furono prelevati a gruppi di sei ed uccisi. Anche le due donne, mogli di due ufficiali, vennero trucidate. Una di esse, la signora Della Nave, implorò i guerriglieri di aver salva la vita, perchè in cinta di sei mesi. La spintonarono a terra e le scaricarono addosso una sventagliata di mitra. Nessuna legge di guerra, nessuna legge umana, frenò i partigiani nella loro bestiale furia omicida. L’ordine della strage provenne da Silvio Ortona detto “Lungo”, che sarà poi nominato deputato del PCI, e quindi poi fu impossibile da processare. Esecutore materiale del massacro: il partigiano Amorino Salza detto “Mastrilli”, comunista.

Lombardia

In Lombardia, circa 8000 fascisti o presunti tali, uccisi. 3500 a Milano, e 4500 nella provincia. Di cui: 730 nel Comasco, 250 in Valtellina, 800 nel Bresciano, 370 nel Bergamasco, 450 nel Pavese, 300 nel Varesotto, 100 nel Cremonese e 80 in provincia di Mantova. Le stragi più spietate avvennero a: Como, Lecco, Cantù, Casnate con Bernate, Gera Lario, Mariano Comense e Uggiate Trevano. A Uggiate furono passati per le armi il 16 maggio dieci ufficiali e soldati della RSI, a Mariano Comense, tra il 26 aprile ed il 2 maggio, vennero trucidati tre civili, un vigile del fuoco, e nove tra ufficiali e soldati repubblicani. A Casnate con Bernate, tra il 9 ed il 28 maggio, furono eliminati nove fascisti, a Cantù, tra il 26 aprile ed il 18 maggio, vennero uccisi tredici fascisti repubblicani. A Lecco, il 28 aprile, nel campo sportivo, furono massacrati tutti gli ufficiali del Battaglione “Perugia”, della GNR, essi si erano arresi ai partigiani dopo 48 ore di combattimento, Venne loro promessa la vita, ma dopo la resa, furono tutti uccisi. A Lecco, fu nominato, per “ripulire la città” il comunistra Dionisio Gambaruto, detto “Nicola”, sotto il suo comando vennero uccise decine di persone, quaranta di questi sventurati, poterono poi essere identificati ma almeno 130 scomparvero uccisi al Pizzo di Cernobbio, gettati in acqua profonda circa 300 metri. Ecco i nomi di questi illustri patrioti: Michele Moretti detto “Pietro”, Erminio Gianatta detto “Aldo”, Erminio Dellera detto “Pierino”, Maurizio Bernasconi, i fratelli Aldo e Piero Piffaretti, i fratelli Mazzoleni, Ignazio Molteni, Enrico Aggio detto “Tigre”, Natale e Napoleone Negri, Angelo Vecchietto, detto “Angiulott”, Attilio Quarniolo, Adolfo Fenta, Ennio Pasquali detto “Nado”, Giovanni Rasero detto “Mitra”, Dino Cassinelli detto “Mario”, Luigi Lunini detto “Lunin”, Mario Colombini e la sorella dei fratelli Negri, soprannominata “Mirka”.

Sondrio, a Valmasino furono uccisi: il milite Ivo Orlandi, Gino Barnabò, Paride Cappelli, Martino Cazzola, Gabriele Ciceri, Ermanno de Rienzo, Emilio Fattor, Rosario Giunta, Pietro Mazzoni, Simeone Maestroni, Giovanni Passador, Guido Pescatori, Angelo Rivaldi, Gabriele Tatangelo.

Un altro elenco di eccidi perpetrati dai partigiani in Valtellina: Eccidio di Verceia: tra il 3 ed il 4 maggio, in una galleria sulla strada statale dello Spluga, vennero assassinati: Marino Banchieri, Giuseppe Verini, Giacomo Carrega, Achille Ceccarelli, Emilio Coltani, Giovanbattista Fontana, Edilio Piatti e tre rimasti ignoti. Eccidio di Castione: nella notte del 3 maggio, fu massacrato un gruppo di ufficiali prelevati a Sondrio. Ecco i nomi: Cesare Bedognè, Leonardo Bini, Corrado Brozzi, Tommaso di Martino, Vittorio Frati, Ernesto Luzzi, Angelo Mattei, Adolfo Morelli, Giorgio Merigo, Cesare Nicchiarelli, Enrico di Poggio, Domenico Guerrazzi. Eccidio di Ardenno:  nella notte del 5 maggio, vennero trucidati i seguenti ufficiali, prelevati nelle carceri di Sondrio: Enzo Barbini, Giuseppe Cinieri, Pio Cimetta, Brunetto Chiaramonti, Marino Galli, Albizzo Girì, Marco Melloni e Carlo Pasini.Eccidi di Sondrio: tra il 27 aprile ed il 7 maggio, vennero trucidati 38 fascisti, tra cui quasi tutti i componenti del direttorio del PFR. A Morbegno, ove comandava un “capo” partigiano di 18 anni, Francesco Giordani detto “Jack”, di nota borghesia milanese, furono trucidati: Domenico Begalli, Vittorio Bisi, Alessandro Cadunz, Domenico Chiavenna, Ugo Contini, Giuseppe Ferrè, Giancristoforo Piccardi, Tommaso Ronconi, Franco Santi e Luigi Sasso. A Tirano, furono uccisi 26 militi della RSI.

Brescia I massacri dell’aprile-maggio 1945, portano sopratutto un nome, quello del comunista Tito Tobegia, responsabile di avere ordinato e personalmente eseguito decine di condanne a morte. In località Dossei, nella notte del 9 maggio, un autocarro scaricò degli strani involti. Un contadino, Giacomo Lonati, va a vedere: da una buca larga quattro metri e profonda tre, emergono un pezzo di testa e piedi umani, appena si fa chiaro, il Lonati va in paese e avverte le autorità, dalla buca vengono estratti dieci cadaveri, tutti col volto irriconoscibile, secondo la sperimentata tecnica degli assassini comunisti. Tuitti avevano le unghie strappate, uno aveva i visceri quasi fuori della pancia e per contenerglieli gli avevano chiuso il buco con un lucchetto.

Pavia Dei 450 fascisti uccisi nel pavese, circa 200 sono della zona di Tortona. A Stradella, il 1° maggio, furono fucilati 17 giovani legionari componenti il presidio locale, il più anziano aveva 22 anni; il più giovane, 14. Bergamo Il massacro più impressionante fu quello di Rovetta, dove furono uccisi 43 su 47 legionari della Legione “Tagliamento”, la fine della guerra sorprese la Legione “Tagliamento” al Passo della Presolana, essi non avevano automezzi, allora, gli ammalati o feriti, furono affidati al parroco di Rovetta, il 25 aprile. Essi furono accomodati in una scuola, dopo venti chilometri percorsi a piedi. Il 28 aprile giunse un camion di partigiani, armatissimi, i partigiani, ne risparmiarono tre, troppo piccoli e malati, ed un altro che riuscì a fuggire, ma gli altri 43 furono portati al cimitero di Rovetta e fucilati, invano, le donne del posto implorarono pietà per quei giovanissimi, furono respinte e minacciate. I caduti, furono sepolti in due fosse comuni, dopo essere stati depredati di tutto: orologi, catenine, dei pochi soldi che il Comandante aveva distribuito loro. Dopo anni, furono esumati, ma non li si potè riconoscere. Furono presi e deposti in un unico grande sarcofago al Cimitero del Verano a Roma. Si fece anche un processo, finito con la solita vile dicitura: “Fatto di Guerra”. Ecco i nomi di quegli sventurati, tutti giovanissimi, a significare l’odio politico che li distrusse, perchè i partigiani del PCI non agivano come leali soldati, ligi alle leggi militari, ma come sicari del partito, che intendeva eliminare futuri avversari politici, tanto più se giovani che in futuro gli avrebbero dato filo da torcere:

Andrisano Fernando anni 22

Aversa Antonio anni 19

Balsamo Vincenzo anni 17

Banci Carlo anni 15

Bertineschi Fiorino anni 18

Bulgarelli Alfredo anni 18

Cristini Fernando anni 21

Cavagna Carlo anni 19

Dell’Armi Silvano anni 16

Dulseni Bruno anni 20

Ferlan Romano anni 18

Fontana Antonio anni 20

Fontana Vincenzo anni 18

Foresti Giuseppe anni 18

Fraia Bruno anni 19

Gallozzi Ferruccio anni 19

Garofalo Francesco anni 19

Gazzaniga Valerio anni 19

Gerla Giovanni anni 18

Giorgi Mario anni 16

Grappaudo Balilla anni 20

Lagna Franco anni 17

Marino Enrico anni 20

Mancini Giuseppe anni 20

Martinelli Giovanni anni 20

Panzanelli Roberto anni 20

Pennacchio Stefano anni 18

Piellucci Mario anni 17

Piovaticci Guido anni 17

Pizzitutti Alfredo anni 17

Poncarelli Alvaro anni 20

Rampini Vittorio anni 19

Randi Giuseppe anni 18

Randi Mario anni 16

Rasi Sergio anni 17

Solari Ettore anni 20

Taffurelli Bruno anni 21

Terranera Italo anni 19

Uccellini Pietro anni 19

Umena Luigi anni 20

Villa Carlo anni 19

Zarelli Aldo anni 21

Zolli Franco anni 16

Liguria

3500 eliminati: 1500 nel genovese, circa 300 in provincia di La Spezia, circa 1000 nell’Imperiese, e altrettanti nel Savonese. Eccidi ad Imperia, Arma di Taggia, San Remo, Savona, Colle di Cadibona, Alassio ed Albenga. Nei giorni del 25 e 26 aprile a Genova, i partigiani si dedicarono alla caccia al fascista. Andate via le forze germaniche e quelle della RSI, iniziarono ad insediarsi i “tribunali del popolo”. Caddero così, sotto i mitra dei partigiani, Andrea Capponi, Francesco Lupi, Raffaello Pinoschi, Gualtiero Seghezza, Abele Colombo, Giovannio Arena, Domenico Romitti, Luigi Boarini, Natale Carezzano, Giovambattista Comotto, Augusto Gatti, Mario Montella, Salvatore Pizzolla, gli agenti di PS Antonio Messina, Spartaco Bologna, i fascisti repubblicani Giovanni e Stefano Gorrini, Gaspare Tagliafico, Giovanni Cherchi, Vincenzo Iorio, Giuseppe Carapoli, Nicolò Pilon, Giovanni Tavella, Romeo Paolucci, Luigi Capparena, Umberto Medini. Non trovando in casa l’impiegato Alberto Pittaluga, i partigiani prelevarono la sorella, il cui cadavere non venne più ritrovato.

A Pegli, non riuscendo a rintracciare il colonnello della GNR Granara, i partigiani arrestarono e fucilarono la moglie dell’ufficiale e i suoi due bambini, uno di otto e l’altro di nove anni. I combattimenti tra partigiani e fascisti provocarono la morte di 200 partigiani. Poi i partigiani si scatenarono con furia bestiale, caddero così dopo inaudite sevizie le signore Ester Olivieri e Aladina Parrini, i fascisti professor Giuseppe Eboli, Ubaldo Brunetti, Alberto Zonza, Adolfo Tanganelli, Antonio Ledda, Domenico Franzan, Graziadio Cravasin, Antonio Dalè, Armando Fittozzi, Giovambattista Baratta, il podestà di Genova Marchese Canevaro venne gettato in una fornace.

A Sampierdarena venne uccisa la quindicenne Argentina Bosio. A Cornigliano i partigiani seviziarono il fascista Mario Arzeno e obbligarono suo padre a scaraventarlo giù da un ponte. Interi gruppi di fascisti ammassati nel carcere di Marassi vennero prelevati nottetempo e assassinati. Tristemente nota fu la banda del Lagaccio composta da criminali comuni che avevano sulla coscienza la strage della galleria di San Benigno con circa 2000 genovesi morti.

A La Spezia ci furono circa trecento fascisti uccisi. Ricordiamo Giuseppe Andreani e sua figlia Lidia trucidati solo perchè padre e sorella di un milite repubblicano, il capitano medico Giuseppe Ambrosi ucciso il 28 aprile con il milite Giuseppe Castelli, i fascisti repubblicani Tommaso Accorsi, Bernardo Battolla, Gaetano Bosco, Manlio Bernabò, Nicola Barnaba, Mario Buriassi, Giuseppe Cantore, Domenico Castè, Mario Cecchi (podesta di La Spezia), Goffredo Del Sante, Carlo Del Canale, Salvatore Finocchio, Arnaldo Furlotti, Luigi Foresti, Pietro Fossani, Armando Giannetti, Agostino Galletti, Ugo Galli, Santo Lupi, Annibale Monti, Giuseppe Maloni, Giuseppe Rosi, Mario Raffecca, Daniele Rolando, Domenico Spora, Luciano Trudi, Felice Tognotti. Imperia. Il 25 aprile, alle ore 15, 30, gli ultimi militari tedeschi lasciarono la città, ale 17:30 iniziarono ad entrare in città le prime pattuglie partigiane provenienti dalle montagne, tra il 26 ed il 30 aprile la vendetta partigiana si limitò alla fucilazione di quindici fascisti, ma il 1° maggio, arrivarono partigiani da Genova e Milano che raccontarono dei massacri in corso in altitalia, i partigiani imperiesi si sentirono menomati per aver ammazzato pochi fascisti, allora presero una trentina di persone e sotto il comando di un partigiano savonese mai identificato furono portati in località Cappuccini in un luogo ove esisteva una trincea scavata dai tedeschi, qui furono falciati dai mitra e finiti a colpi di zappa in testa. A Taggia fu ucciso Enrico Pavese perchè si era opposto ai tentativi di estorsione da parte dei partigiani, il 6 maggio, sempre a Taggia, furono uccisi undici fascisti o presunti tali. I caduti ad Imperia e provincia furono un migliaio. Savona A Savona e dintorni, avvennero spaventosi eccidi. Ricordiamo quello accaduto al Colle di Cadibona, dove 38 militi provenienti da Alessandria e in attesa di processo furono fatti scendere dagli autocarri e tutti ammazzati. Dopo il 25 aprile il tribunale partigiano savonese ordinò 18 condanne a morte a Sassello venne sterminata la famiglia Scali: padre madre e figlie e figlio diciottenne, morirono molte donne: Anna Bando, Ivonne Pesce, Rosa Amodio, Maria Feo Biamonti e sua figlia Angela Maria, Jole Carbone, Mirella Carbone, Dora Cosmin, Luigia Cutica, Amalia Desiglioli, Teresa Delfino, Maria Demarsi, Eda Camorani, Giuseppina Ferrari, Maria Genesio, Giuseppina Ghersi di 13 anni, Maria Gravano, Jolanda Macchi, Desolina Manzo, Maria Petrone, Amelia Piccone, Mafalda Pirone, Rosanna Piroso, Antonietta Sterlich, le tre sorelle Pierina, Giuseppina e Maria Turchi, trucidate assieme alla madre Caterina Carlevari. A Stellanello fu crocefisso ad un tavolo da osteria il capitano della GNR Mario Corticelli, a Alassio vennero fucilate 14 persone, il 24 aprile a Leca di Albenga venne massacrata la famiglia Navone, composta dai genitori, dalle figlie Rosa, Bice, Irene, Rita e dal figlio Leo e dalla moglie di quest’ultimo Gina Fannucci, ai primi di maggio ad Albenga vennero ancora massacrati 21 fascisti, tra cui la studentessa Maria Teresa Parodi, lo studente Giovanni Rombo, il cantoniere Luigi Enrico, l’ortolano Attilio Pittaluga, il falegname Antonio Camilletti ed altri.Bisogna Ricordare la figura del Commissario di Polizia Amilcare Salemi, già commissario a Como, che per indagare su chi avesse comandato le esecuzioni nel Savonese dove la Questura era in mano a circa 400 partigiani, il Commissario stava indagando su chi avesse la responsabilità del massacro del Colle di Cadibona, (38 militi fucilati) e sullo sterminio della famiglia dell’avvocato Domigo Biamonti in una villa di Legino, padre, madre Maria Naselli Feo e la figlia Angela Maria di 22 anni, si giunse così al 18 novembre 1946, il Commissario Salemi, entrò in un ristorante di Savona, in Piazza del Popolo, dove di solito pranzava, dall’ombra di una stanza attigua, partì un colpo di pistola con silenziatore, simile a un battimano, erano le 20:30, il Commissario gettò d’impeto la pipa che aveva in bocca, si alzò di scatto e disse: ” Vigliacchi… assassini… Dio aiutami!” cadde a terra morto, la pistola silenziata non fu mai trovata. Non solo, nel luglio 1947 fu uccisa da una simile pistola una donna, Rosa Amodio di 23 anni già ausiliaria e che forse sapeva qualcosa dei delitti del 1945, mentre percorreva in bici la strada tra Savona e Vado, fu sorpassata da un’auto e cadde dalla bici morta, i carabinieri di Genova continuavano le indagini su questi fatti, la sera del 17 dicembre 1947 il Capitano Pietro Zappavigna mentre scendeva dalla sua auto in Piazza della Vittoria venne raggiunto da 7 pallottole sparate da una pistola col silenziatore, ma il Capitano nonostante le gravi ferite, si salvò. Nel gennaio 1948 un certo Pietro dal Vento di Sanremo si autoaccusò dell’uccisione di Salemi e della Amodio  indicando quali mandanti due partigiani savonesi, ma nel 1952 nel prosieguo del processo i parenti della Amodio spaventati da minacce ritirarono la costituzione di parte civile, il Dal Vento venne comunque condannato a trentanni, sentenza confermata in appello.

Veneto

Quasi 5000 massacrati nelle nove provincie del Veneto: 400 in quella di Venezia, 400 nel Padovano, 800 nel Bellunese, circa 1000 nel Vicentino, 1500 in provincia di Treviso, 500 nel Veronese, un centinaio nel Polesine (Rovigo) e un centinaio tra Bolzano e Trento. Incredibili barbarie: il 15 maggio 1945, per festeggiare le nozze del capo partigiano Adriano Venezian detto “Biondo” già responsabile di centinaia di delitti, dodici fascisti vengono prelevati nella zona di Oderzo e trucidati lungo l’argine del Piave. Notissima la strage di Schio, i partigiani penetrarono nottetempo nelle carceri scledensi e trucidarono 54 su 90 persone, tutte già destinate alla libertà in quanto non colpevoli di nulla: impiegati, professori, postini, casalinghe, tutta gente che non aveva fatto nulla di male. Ricordiamo i massacri di Oderzo, di Revine e Schio. Testo del giudizio del Tribunale di Treviso contro i partigiani responsabili del massacro di Oderzo: “Il Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Treviso, ha pronunciato la seguente imputazione nel procedimento penale contro: Da Ros Attilio di Giovanni, Venezian Adriano di Luigi, Pizzoli Giorgio di Antonio, Lorenzon Silvio di Giuseppe, Baratella Diego di Antonio, Zara Rino di Giacomo, De Luca Rino di Giovanni, Antoniazzio Attilio di Angelo, Maschietto Agostino di Angelo, Da Ros Ernesto di Giovanni, Chiara Giovanni di Giuseppe, Bellis Francesco fu Giovanni, Rocco Pietro di Felice, Marchesin Angelo di Giobatta, Lorenzon Rino fu Pietro, imputati tutti del delitto di cui all’Art. 110-112 n.1-575-577 n.3 e 81 C.P. per avere con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in Oderzo ed in Susegana, la mattina del 1° maggio, nonchè la notte del 10 e 15 maggio 1945, con premeditazione, cagionato la morte con colpi di armi da fuoco automatiche di centoventidue (122) militari appartenenti a formazioni della Repubblica Sociale Italiana oltre ad altri militari non identificati. “Osservasi in fatto di diritto: “Nell’ultima decade di aprile 1945 in Oderzo erano di stanza i seguenti reparti militari della RSI, un gruppo di Brigata Nera al comando del commissario prefettizio Martinuzzi Bruno accantonato nella sede del Fascio sita nella piazza centrale della città, il Battaglione “Bologna” della GNR comandato dal maggiore Ansaloni dislocato presso la Villa Bortoluzzi ed il Palazzo Zava, la Scuola Allievi Ufficiali alle dipendenze del Colonnello Baccarani accasermata presso il Collegio Brandolin. Il 26 aprile intermediario il primate di Oderzo monsignore Domenico Visentin, il sindaco di Oderzo, ingegner Plinio Fabrizio e il dottore Martin Sergio per il comitato CLN vennero in contatto con i comandanti dei reparti militari della RSI, onde trattare la resa dei militari da essi dipendenti. “Le trattative durarono due giorni e si conclusero il 28 aprile con la stipulazione di un patto di resa col quale il CXLN dietro consegna delle armi, si impegnava a rilasciare un lasciapassare. Firmata la resa da parte dei comandanti colonnello Baccarani e maggiore Ansaloni, si era provveduto alla consegna delle armi in dotazione ai reparti e concentrati i militari, graduati ed ufficiali presso i locali del Collegio Brandolin, i componenti del CLN stavano predisponendo i salvacondotti e già quasi un centinaio di militari aveva lasciato Oderzo, quando sopraggiunse un reparto partigiano, un battaglione della brigata “Cacciatori della pianura” aggregato alla Divisione Garibaldina “Nino Nannetti”, affermando di avere giurisdizione anche nella zona di pianura alla sinistra del Piave, detto reparto del quale era comandante Venezian Adriano, detto “Biondo” capo di stato maggiore Da Ros Attilio detto “Tigre” e commissario politico Pizzoli Giorgio detto “Jim” assunse funzioni di polizia in Oderzo, il Da Ros Attilio dava ordini ai componenti del CXLN che nessuno degli appartenenti alle formazioni militari fasciste presenti in Oderzo si allontanasse, nelle prime ore del 30 aprile, alcuni partigiani capitanati dallo stesso Lorenzon Silvio detto “Bozambo” prelevarono dalle carceri mandamentali i alcuni uomini del CXLN: Gagliardi Franco, Foetta Giuseppe, Geminiani Paolo, Zanusso Adolfo, Nespolo Battista e Martino Bruno loro comandante, dopo un’ora altri sette componenti della Brigata Nera furono prelevati previo sommario processo, furono condannati a morte e assassinati. La sera del 1° maggio, una ventina di partigiani con a capo Lorenzon Silvio, prelevarono 24 detenuti dalle carceri, che, assieme ad altri 80 militi del Battaglione “Bologna” e “Romagna”, vennero caricati su due camion, fatti scendere nei pressi del fiume Piave in località Priula, alcuni pure seviziati e raccolti presso l’argine del fiume falciati col fuoco di armi automatiche, l’eccidio si protrasse per quasi tre ore. La notte del 15 maggio, furono prelevati da Collegio Brandolin altri 12 militari della RSI, che, trasportati nel luogo del precedente eccidio, furono uccisi e lasciati sul greto del fiume, I capi dei partigiani si assunsero per iscritto le responsabilità degli eccidi, parlando di “Stato di guerra”, seguiva l’elenco dei 122 militari soppressi dai partigiani.I dodici militari uccisi, di cui si è asccennato, vennero ammazzati come propiziazione alle nozze del capo partigiano Venezian Adriano cui i suoi accoliti avevano augurato la nascita di dodici figli. I partigiani responsabili dei massacri di Oderzo, furono condannati a forti pene detentive, ma furono liberati nel 1954, in una delle frequenti amnistie italiane, furono invitati a Roma e ricevuti da Palmiro Togliatti e Luigi Longo, che li additarono quale esempio alle future generazioni comuniste. La strage di Revine Lago. Questa strage riguardò i seguenti partigiani: Bernardi Angelo, Bernardi Giovanni, Tomio Giovanni, Grava Giuseppe, Piol Vittorio, Chiarel Angelo, costoro ammazzarono: Mariani Tommaso, Parrini Gino, Mariotti Pier Luigi e altri sedici militari rimasti sconosciuti. I partigiani agirono con sevizie sui morituri, rapinando poi i cadaveri. Ci fu un processo ai responsabili dei massacri in cui emerse chiara la volontà omicida dei suddetti partigiani, attuata contro esponenti della parte loro avversa, che si erano già arresi e che quindi dovevano essere trattati secondo le norme del diritto internazionale, ecco una parte della motivazione che inchiodò i massacratori alle loro colpe: “I prevenuti, infatti, operando la notte del 1° maggio 1945 e il mattino del 2 successivo, rispettivamente in Vittorio Veneto, Revine Lago e Tarzo, il prelievo di numerosi militi fascisti, in precedenza regolarmente e debitamente arresisi alle forze della Resistenza e disponendo altresì l’arbitraria loro uccisione, si sono resi responsabili di fronte a Dio ed agli uomini di un eccidio che non trova giustificazione alcuna in nessuna necessità militare di ordine contingente, nè comunque può essere ritenuto connesso con una qualsiasi forma di lotta politica o di guerra partigiana. “Le modalità dell’esecuzione, attraverso le quali emerge con sostranziale concretezza l’esistenza di un elemento intenzionale, determinato ed inequivoco, che ha animato e uniformato l’intera azione delittuosa, rilevano come effettivamente nessuna ragione plausibile di ordine politico sia stata alla base del disegno criminoso e come invece una ideazione puramente e semplicemente omicida abbia spinto i prevenuti, allo scopo di impossessarsi degli averi dei disgraziati prigionieri, ad uccidere tanto brutalmente e con tanta insensibilità di animo coloro che, ignari, erano stati affidati alla loro custodia.” Il massacro di Schio. Un barbaro eccidio, compiuto nelle carceri di Schio, da un gruppo di partigiani comunisti nella notte tra il 6 e 7 luglio 1945: quella notte caddero massacrati 54 fascisti, tra cui 19 donne o presunti tali ed altri 31 restarono gravemente feriti. Fra i detenuti 8 erano comuni e 25 donne, 75 provenivano da Schio, 19 dal mandamento di Schio e 9 da altre regioni, di loro 5 erano della Brigata Nera, tre della Polizia Ausiliaria, tre del servizio ausiliario femminile, trentaquattro fascisti, ed altri ritenuti fascisti o arrestati su semplice indicazione di un partigiano o di qualsiasi altra persona. C’erano ragazze diciassettenni, donne in stato di maternità, madri e figlie, sorelle, padri e figli, vecchi settantenni, fra loro c’era il primario dell’ospedale di Schio, dottor Arlotta, il commissario prefettizio di Schio, dottor Giulio Vascovi, gli esponenti del fascismo della RSI Mario Plebani, Rino Tadiello, Domenico e Isidoro Marchioro, il dottor Diego Capozzo vice commissario prefettizio, una ragazza di 16 anni Anna Franco, un reduce di Russia, Calcedonio Pillitteri, il vecchio dottor Antonio Sella che era stato Podestà di Torrebelvicino, il signor Giuseppe Stefani e altri detenuti ufficiali e gregari delle forze della RSI.6 luglio 1945. I detenuti verso sera, si erano stesi sui pagliericci e parlavano fra di loro, poi, poco a poco, si era fatto silenzio, qualcuno fuori dal carcere stava operando per compiere uno spaventoso delitto, era mezzanotte, una discussione nell’atrio del carcere si accese, uno dei detenuti guardando da uno spioncino vide e disse: “Persone mascherate!!” Entrarono dodici uomini armati di mitra con i volti coperti, erano le ore 0:15 del 7 luglio, i detenuti avrebbero potuto essendo in numero maggiore scagliarsi contro di essi e disarmarli ma nessuno pensò ad un crimine tanto orribile, un colpo di pistola risuonò nel cortile, era il segnale! I dodici partigiani iniziarono una sparatoria rabbiosa, tirando alla vita, alle gambe e al petto dei detenuti, uomini e donne caddero in un indescrivibile lago di sangue, con urla di terrore che nulla avevano di umano e che si spegnevano in rantoli, gemiti, in grida di aiuto, soffocate anch’esse dalle ultime raffiche. Il sangue era sprizzato sulle pareti, sui tavolini, aveva bagnato tutto il pavimento, zampillava dalle carni forate, formava un lago, poi finiva in rivoli scorrenti giù per le scale,nell’atrio, nel sottoportico, Il massacro di Schio era compiuto. Il massacro di Schio ebbe risonanza internazionale. L’8 luglio 1945, il Governatore militare Alleato, Generale Dunlop, così disse. “Sono venuto qui per una incresciosa missione. E’ mio dovere dirvi che mai prima d’ora il buon nome d’Italia è caduto tanto in basso nella mia stima. Voi italiani chiedete che l’Italia abbia la posizione di alleata ed amica dell’America e della Gran Bretagna. Io vi dico apertamente che non potete guadagnarvi tale amicizia finchè vengono compiuti atti turpi come questo. I nostri soldati scrivono a casa e dicono ciò che pensano dell’Italia. Che specie di storia pensate che essi racconteranno di Schio? Non è libertà, non è civiltà, che delle donne vengano allineate e colpite al ventre con raffiche di mitra a bruciapelo. Chiedo a voi piena ed immediata cooperazione per assicurare alla giustizia i delinquenti. Io confido che il rimorso per questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la città di Schio ricorderà con vergogna ed orrore questa spaventosa notte”. Il 13 settembre 1945, la Corte Militare Alleata condannò alla pena di morte i partigiani Renzo Franceschini, Valentino Bortoloso, Antonio Pochesato, all’ergastolo i partigiani Aldo Santacaterina e Gaetano Canova, i principali responsabili ed i mandanti del delitto, erano fuggiti in Jugoslavia. Le sentenze di morte non furono eseguite e si rifece il processo nel 1952 a Milano. Che si concluse il 13 novembre 1952 con la condanna a 30 anni di tutti gli imputati: Ruggero Maltauro, Giovanni Broccardo, Italo Ciscato, Narciso Manea, Andrea Bruno Micheletto, Gaetano Pegoraro, Igino Piva e Bruno Scortegagna, il Ruggero Maltauro durante il processo indicò come mandante l’ex presidente del CLN di Schio Pietro Bolognesi e quale complice il partigiano Gastone Sterchele. Da rimarcare: solo cinque dei 90 fascisti assassinati erano stati vagamente accusati di “reati” non bene specificati. 25 aprile: Trieste Cinquenila prelevati e massacrati dai titini a Trieste, quattromila a Gorizia, un migliaio nell’Udinese e duemila nell’Istria (provincia di Pola). Trecentonovantasette partigiani comunisti italiani, affiancarono i Titini nelle loro azione di repressione degli Italiani esiste l’elenco. Circa 12.000 italiani furono scaraventati, molti ancora vivi, nelle foibe di Basovizza, di Monrupino, di Cernovizza, di Gropada, di Minerva, di Plutone, di Monte Tamor, orle, San Giovanni della Cisterna, Pedena, Santa Caterina, Abisso Bertarelli, Bazzano, Corgnale, Pogliacchi, Ternovizza, Villa Cattuni, Villa Orizzi, Villa Tancovici, Villa Treviso, Cassiere, Santa Croce, Opicina. I Bersaglieri del Battaglione Mussolini che difesero strenuamente quelle terre morirono in molti nel campo Jugoslavo di Borovnica spesso falciati dalle sentinelle comuniste senza un motivo. Ricordiamo il martirio della studentessa istriana Norma Cossetto, prelevata da partigiani fu violentata da molti di quegli aguzzini che infine le tagliarono i seni e la gettarono in una foiba ancora viva, i soldati tedeschi tornarono e ne recuperarono la salma costringendo 4 degli assassini a farne nottetempo la veglia funebre, tre di essi impazzirono, il giorno dopo furono tutti fucilati dai tedeschi.

Emilia-Romagna

Diecimila massacrati: tremila nel Bolognese, duemila nel Reggiano, 2000 nel Modenese, milletrecento nel Ferrarese, seicento in provincia di Piacenza, cinquecento in quella di Ravenna, duecento nel forlivese e seicento nel Parmense. La sera dell’11 maggio, nei pressi di Argelato (Bologna) i partigiani della “2^ Brigata Paolo” seviziano e strangolano ad una ad una diciassette persone, sette di queste sono i fratelli Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida Govoni.Questo eccidio superò di gran lunga quello dei sette fratelli Cervi, partigiani, fucilati a Reggio Emilia il 28 novembre 1943. I sette Cervi, tutti comunisti e autori di numerosi agguati contro le forze armate tedesche vennero catturati con le armi in pugno in seguito alla delazione di un loro compagno e fucilati alcune settimane dopo in base alle leggi di guerra allora vigenti, dei sette Govoni, solo due erano iscritti al Partito Fascista repubblicano, gli altri cinque non si erano mai interessati di politica, la più giovane Ida si era sposata da poco ed era diventata mamma di una bambina da due mesi. I partigiani della “Brigata Paolo” avevano occupato Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio in Piano e Argelato, sparirono fascisti repubblicani, benestanti, professionisti, proprietari terrieri, le stragi si intensificarono dopo il 5 maggio allorchè i partigiani ebbero la certezza che gli angloamericani stessero per sciogliere la “polizia del popolo”, i comunisti si dettero a macellare carne umana con ritmo frenetico, il massacro dei sette fratelli Govoni, l’11 maggio 1945 fu preceduto da un altro massacro, quello di dodici innocenti ad Argelato. Allorchè gli Americani raggiunsero Bologna il 21 aprile 1945, gli oltre 1000 vecchi comunisti della città, si fusero con altri elementi della guerriglia partigiana, gli enti locali, i sindacati, le cooperative, gli organi di polizia, tutto passò nelle mani del PCI, un terrore di chiara marca bolscevica cadde sulle popolazioni: antichi rancori, vendette personali, odio politico, si fusero, per creare una inarrestabile catena di omicidi, stragi collettive, angherie senza nome. Questa pagina di storia durò per tutto il 1946 e ebbe le sue manifestazioni più terribili nelle province di Bologna, Modena e Reggio Emilia, con epicentro nel cosiddetto “Triangolo della morte” nella zona compresa tra i centri di Castelfranco Emilia e Spilamberto nel Modenese e San Giovanni in Persiceto nel Bolognese. L’episodio più terrificante della spietata lotta partigiana fu l’assassinio dei sette fratelli Govoni. la sera dell’11 maggio 1945 in una casa colonica della campagna bolognese presso Argelato. Capo dei partigiani, era Marcello Zanetti detto “Marco” suo vice e commissario politico era Vittorio Caffeo di 22 anni detto “Drago” essi comandavano la “2^ Brigata Paolo”. Agli ordini diretti del Caffeo era Adelmo Benini detto “Gino” di 24 anni comandante di “battaglione”, il vice era Vitaliano Bertuzzi detto “Zampo” di 23 anni. A capo della polizia partigiana era Luigi Borghi detto “Ultimo” di 31 anni già appartenente alla “7^ GAP” la più nota delle bande terroristiche comuniste emiliane alla quale debbono essere attribuite almeno 700 uccisioni nella sola Bologna. Lo Zanetti compì personalmente oltre 140 omicidi assieme al Caffeo, al Borghi e i loro uomini, nella zona di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio in Piano e Argelato.Ecco le parole nella sentenza della Magistratura di Bologna quando ci fu il processo ai massacratori comunisti: “Non è possibile riferire diffusamente ciò che accadde in quelle ore. Basti dire che non una delle vittime morì per colpi di arma da fuoco. Quando, anni dopo, vennero rinvenuti (in una fossa comune ndr), i poveri resti, si accertò che quasi tutte le ossa degli sventurati presentavano fratture o incrinature. Le urla strazianti dei diciassette morituri risuonarono per molte ore. Più belve delle belve i partigiani della “2^ Brigata Paolo” infierirono con una crudeltà e un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Nè li frenò il pensiero che stavano scannando sette fratelli. Tutt’altro, i Govoni furono quelli che dovettero soffrire di più e più a lungo, anche Ida l’unica donna del gruppo, mamma ventenne che non aveva mai saputo niente di fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende invocando la sua bambina, nemmeno per lei ci fu la grazia di una pallottola alla nuca, quelli che non morirono tra i tormenti, furono strangolati, quando le urla si spensero erano le 23 dell’11 maggio 1945″. Sul terribile fatto calò una cortina di silenzio, tutti tacevano, i genitori dei Govoni, Caterina e Cesare visitavano tutte le case della vasta campagna tra Argelato e Pieve di Cento, Ma nessuno parlava, nell’estate del 1949, mamma Govoni incontrò un partigiano, Filippo Lanzoni e gli chiese implorante di dirle dove erano sepolti i suoi figli, costui le sghignazzò in faccia e le rispose: “Vuoi trovare i tuoi figli? Procurati un cane da tartufi, lui si che te li trova!” Poi il partigiano chiamò la moglie ed altre donne comuniste, che si scagliarono contro la Govoni e la scaraventarono a terra picchiandola selvaggiamente. Ma arrivò la vedova di Dino Govoni che scesa dalla bicicletta la scaraventò contro il Lanzoni che fuggì precipitosamente, poi la vedova si gettò contro le due donne comuniste che scapparono, la Caterina Govoni, ferita, dovette essere portata in ospedale. Il 24 febbraio 1951, si scopri la fossa comune con i 17 assassinati, i Govoni compresi, poco lontano, ne venne scoperta un’altra con 25 salme, ci fu un processo ai responsabili della “2^ Brigata Paolo” ma molti ex partigiani avevano potuto fuggire grazie alla organizzazione clandestina del PCI, i giudici applicarono la legge fatta promulgare nel 1946 dall’allora ministro della giustizia Palmiro Togliatti per cui per i reati compiuti fino a 14 mesi dopo la fine della guerra, valeva il movente politico e quindi i reati erano non punibili. Lo Stato Italiano dopo lunghe esitazioni concesse ai genitori dei sette fratelli Govoni una pensione di SETTEMILA lire al mese cioè 1000 lire per ogni figlio ammazzato!!!

Le stragi di Codevigo Da ricordare la mattanza di militi repubblicani, attuata da una banda comunista comandata da Arrigo Boldrini detto “Bulow”, la 28^ Brigata Garibaldi, strage eseguita nelle notti del 9 e 10 maggio 1945, i partigiani rastrellarono circa 400 fascisti, parte a Bussolengo, parte a Pescantina e li portarono a Codevigo (Ravenna), per “accertamenti”, nella Villa Ghellero adibita a comando partigiano i malcapitati che già si erano arresi con la promessa di avere salva la vita e avevano consegnato tutte le armi, subirono ogni sorta di angherie, interrogatorii, sotto un infuriare di mazzate. Furono portati in più trasporti, le notti del 9 e 10 maggio sulle rive del torrente Bacchiglione, denudati e uccisi a raffiche dei mitra “Thompson” graziosa regalìa fatta ai partigiani dagli Inglesi. Gli aguzzini si preoccuparono di rendere i deceduti irriconoscibili sfracellando loro i volti e a volte segandone in due i corpi (ne fanno fede delle fotografie scattate successivamente ai ritrovamenti da un medico del luogo) e che compaiono in un libro del giornalista Gianfranco Stella autore di varie pubblicazioni su questi fatti. Vicecomandante dei partigiani era certo Ateo Minghelli uomo rozzo e violento che si vantava di avere ucciso personalmente circa 150 fascisti, di queste stragi fa anche fede uno scampato allo scempio il brigadiere Corbelli che comparve nel 1992 alla trasmissione di Sgarbi “Sgarbi quotidiani”, che per tre puntate si occupò dei fatti di Codevigo. Arrigo Boldrini deceduto a 92 anni si è sempre difeso dalla responsabilità sulla strage di Codevigo sostenendo di non averla mai ordinata, parlò di “rastrellamenti di residue resistenze”, ma quali “resistenze”, se tutti i militi della RSI si erano arresi?? Secondo il giornalista Gianfranco Stella molto informato della questione, si trattò della esecuzione di “più di 400 uomini già arresisi ai partigiani”, quindi una strage voluta dal PCI, come eliminazione fisica di futuri avversarii politici, tanto più se giovanissimi, nella prospettiva non della occupazione (liberazione) dell’Italia degli americani, ma della istituzione di una forma di governo di tipo bolscevico, sicuramente i partiti politici succubi della prepotenza comunista e delle sue bande partigiane, non avrebbero potuto impedire.

Celentano, come Morandi e altri comunisti, sta con il culo al caldo in quel di Brianza. La sua villa, peraltro grandissima, è circondata da un bosco di 20 ettari. Quindi, con l’aiuto finanziario di Morandi e di tutti i pietisti buonissimi che più buoni non ve n’è, potrebbe costruire bungalow’s nel suo immenso terreno ed ospitarvi quei disgraziati d’immigrati. Vestirli, alimentarli, insegnargli l’italiano. Dirgli che quì abbiamo anche i semafori e che non usiano far portare alle nostre donne ciò che esse non vogliono.
Questo è fare del bene. Questo era Gesù Cristo. Questo è altruismo. Se tutto il bene promesso e sperperato ai quattro venti non viene messo in pratica, allora si è soltanto IPOCRITI.
-Ssst, Adria’, che ci sentono-
-È che?! Dove siamo?! Però……………Ma tu sei Morandi?! Ma………….
Mi sento Gesù, LUI era Io-
-Adria’, statte zitto!-

Interessanti ricordi. Comunque si vive ancora e non soltanto i remeber a day…

Veronica Tomassini

(…)Ogni estate sostiamo in banchina, nel Porto Grande, aspettando le manovre di qualche diportista d’oltreoceano. Non i maltesi ci interessano, non un british man al timone di un trealberi solenne, col muso lungo e severo; no, esultiamo ai piedi di un catamarano battente bandiera neozelandese, agitiamo il braccio a mò di saluto, accecati dal fuoriclasse di George Town. Riteniamo possibile che la signora Ciccone abbia pranzato in verandina con figli e tate e governanti, sul panfilo ancorato al molo Zanagora. I Benetton con la barca di Briatore, valli a capire, Ibrahimovic, sceicchi sparsi, Tom Cruise e la Stone a braccetto per le vie di Ortigia. Ci raccontavano l’antefatto, noi annuivamo fiduciosi, in attesa di un epilogo qualsiasi. Sarà tutto vero? Quei tre piani blu erano sul serio la bagnarola di Valentino?

L’amico Sergio del Canton Ticino dice di sì. Dorme sotto le stelle, lo zaino sotto la testa, guarda sulla…

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