di Romano Matteo Dinacci.

Ecco l’auto. Ha i fari spenti. Vedo, nella fioca luce lunare, il ragazzo con i pantaloni calati, appoggiato alla rete, quasi stesse in croce. Il porco, anche lui con i pantaloni calati, lo premeva energicamente contro quelle maglie ferree e umide, in quella notte del 2 Novembre 1975.

Rimasi così per qualche minuto. Il sangue ribolliva vortiginosamente nella mia testa. Tremavo come tantissimi anni prima. Tremavo, si, ma adesso era un uomo a tremare, non più un bambino avvolto tra i fili di ferro di un aereoporto abbandonato.

Raccolsi una tavola bagnata e pesante. Restai accovacciato, aspettando il momento buono per colpire. Iniziai a correre verso quella rete nella quale il porco stava cricifiggendomi un altra volta. Il primo colpo glie lo diedi con tutte le mie forze sul fianco sinistro.

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